Roberto Ballini, l'apicoltore del ciclismo

Rivista Tuttobici Numero: 2 Anno: 2006

Roberto Ballini, l'apicoltore del ciclismo

di Gino Sala

Nella mia memoria c'è una tappa del Tour 1971 e un corridore italiano in maglia Ferretti nella pattuglia dei fuggitivi. Si trattava di Roberto Ballini, un elemento sovente in prima linea e avendo notato che mi stavo portando sugli attaccanti, Alfredo Martini mi disse nella sua qualità di direttore sportivo: «Bravo, è un ragazzo generoso e meritevole di essere incitato». La fuga non andò in porto, vuoi perché eravamo lontani dal traguardo, vuoi perché pochi erano attivi, impegnati come il ragazzo di Camaiore, un atleta completo, bene impostato su tutti i tracciati, altezza 1.78, peso 68 chili. Il Ballini allegro, ciarliero come la gente della sua terra, professionista dal '66 al '72, un passato dilettantistico con un'ottantina di successi, campione italiano degli esordienti, soltanto due vittorie nella massima categoria ottenute nella Coppa Placci e in una tappa del Giro d'Italia, una carriera piuttosto breve a causa di un persistente malanno alla gamba sinistra. Tra i suoi piazzamenti i secondi posti del Giro del Piemonte e del Giro dell'Appennino e la quarta moneta della Milano-Sanremo. Guadagni scarsi, stipendi iniziali di sessantamila lire mensili, di più negli anni successivi, ma sempre insufficienti per mettere da parte qualcosa. Un Ballini che si trovava a suo agio anche nella tremenda Parigi-Roubaix, un tipo che nel ciclismo del Duemila avrebbe sicuramente goduto di una sistemazione economica decisamente migliore, tale da permettergli di acquistare una casa, per dirne una. Sotto questo aspetto poco o nulla gli ha dato lo sport della bicicletta, meno, molto meno di quanto avrebbe meritato.

Eh sì: nel gruppo di oggi Ballini sarebbe un ottimo gregario se non un uomo di punta in una squadra di media portata. È poi diventato un apicoltore apprezzato in tutta Italia e anche all'estero. L'azienda ha sede nella nuova residenza dell'Isola d'Elba dove operano anche i due figli. «Una passione nata mentre andavo a caccia», racconta Roberto. «Ho visto uno sciame al lavoro e da quel momento è nato un amore per un'attività che nelle stagioni dotate di un buon clima ci ha dato una produzione di 200 quintali di miele. Purtroppo ci sono anche gli anni di magra, dove il raccolto è assai deludente. Nel 1983, per esempio, niente abbiamo ricavato...».

Per i ciclisti il miele è un buon doping, mi viene da pensare. «Io ne facevo uso in abbbondanza, - aggiunge Ballini -.Ti dà un'energia naturale e in quanto ai veleni di cui si è sempre parlato e si continua a parlare voglio aggiungere che non avrei potuto farne uso. C'era in me una ripulsa mentale e anche fisica. Non per niente i momenti migliori sono stati quelli dove sono entrati i controlli per la scoperta delle anfetamine...».
Dunque, vai col miele è la proposta di Roberto in un'epoca in cui imperversa la farmacia del male. Io dubito che si possa giungere ad una ripulita generale, io temo nell'avvento di un doping sintetico e di conseguenza introvabile nella ricerca dei laboratori, ma immenso rimane il desiderio di un ciclismo pulito e umano, senza maneggioni e trafficanti, senza le brutture che ogni tanto vengono a galla. Il miele, il miele, grido con forza insieme al produttore Ballini.
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