Tour de France

Nato nel 1903, il Tour de France possiede il prestigio e il fascino delle cose antiche: la sua vicenda è piena di fatti memorabili e di eroi immortali, vincenti o perdenti. È la corsa ciclistica più importante del mondo; per i francesi il Tour è molto più di una manifestazione sportiva, è una leggenda nazionale.
Nella Francia del primo '900 la diffusione popolare del concetto di sport e la straordinaria fortuna del Tour furono un fenomeno unico e inscindibile. Tutto era cominciato per una banale questione di concorrenza commerciale, o forse per vendetta. Le Vélo era un giornale sportivo di grande diffusione (80.000 copie), stampato su carta verde; era noto anche come organizzatore delle più grandi e prestigiose corse ciclistiche di allora, quali la Bordeaux - Parigi o la Parigi-Brest-Parigi. L'editore Adolphe Clément pensò di creare un foglio concorrente, che fu chiamato L'Auto-Vélo e venne stampato su carta gialla. La direzione fu affidata a Henri Desgrange, ex ragazzo d'ufficio presso un avvocato, ex campione di ciclismo, addirittura primatista dell'ora nel 1893. Gli inizi, per L'Auto-Vélo non furono facili: citato in giudizio per plagio dal glorioso concorrente Le Vélo, il 15 gennaio 1903 fu condannato dal tribunale a mutilare la sua testata, facendola diventare semplicemente L'Auto. Intanto le vendite non decollavano: appena 20.000 giornaliere. Occorreva una grande azione di rilancio.
Desgrange decise di attaccare frontalmente Le Vélo proprio sul suo terreno favorito, quello dell'organizzazione di corse, e a tal fine pensò di dare pratica attuazione all'idea in apparenza folle di un proprio collaboratore, Geo Lefèvre: un giro in bicicletta, a tappe, intorno a tutta la Francia. La nascita della grande corsa fu annunciata sulla prima pagina de L'Auto il 19 gennaio1903. Ma il più restava ancora da fare; Henry Lesgrange e i suoi collaboratori dovettero superare difficoltà tali da mettere in dubbio la stessa realizzazione dell'ambizioso progetto. Ma, nonostante tutto, il 1° luglio1903 il primo Tour de France prese il via da Mongeron, nei pressi di Parigi: 6 tappe (per un totale di 2428 km) da percorrersi in 18 giorni toccando le città di Lione, Marsiglia, Tolosa, Bordeaux, Nantes, Parigi.
I 60 partecipanti erano divisi in due categorie: coloro che gareggiavano per la classifica generale e coloro che puntavano solo alle vittorie di tappa. Questi ultimi potevano prendere il via in ogni tappa, benché si fossero ritirati in quella precedente. Il gruppo dei concorrenti era composto da avventurieri, disoccupati, appassionati dal portafoglio ben fornito, e corridori veri, come i francesi Hippolyte Aucouturier e Léon Georgette, e l'italiano Rodolfo Buller. Ma il primo eroe dell'epopea del Tour fu Maurice Garin, nato in Val d'Aosta nel 1861, presto emigrato in Francia a fare lo spazzacamino, il cameriere e il ciclista. Garin, che aveva scelto la cittadinanza francese, inflisse al secondo classificato, Pothier, un distacco di 2h49'. Sin da questa prima edizione la corsa accese entusiasmo e passioni; le fasi finali, a Parigi, furono un trionfo.
Il Tour, appena nato, era già entrato nel cuore della gente, e forse per questo riuscì a sopravvivere a un'edizione disastrosa come la seconda, quella del 1904: chiodi sulla strada, corridori trainati da automobili, persino un'aggressione, di cui fu vittima l'italiano Gerbi, detto "Il Diavolo Rosso". Dopo un'inchiesta conclusasi il 30 novembre 1904, i primi quattro della classifica generale (tra i quali Garin) furono squalificati, e la vittoria assegnata a Henri Cornet. Del resto la leggenda del Tour, specialmente in quegli anni eroici, non si alimentò solo di trionfi e grandi imprese sportive, ma anche di follie assortite, incredibili errori di percorso, storie drammatiche e oscure, come l'avvelenamento di cui fu vittima Duboc nel 1911. Dell'anno precedente è il grido biascicato "Assassini!", rivolto da Lapize (poi vincitoredel Tour) ai commissari di corsa che lo guardavano transitare, stremato, sull'Aubisque, nei Pirenei.
La prima tripletta fu messa a segno dal belga Philippe Thys tra il 1913 e il 1920; l'astinenza di vittorie della Francia si interruppe nel 1923 grazie al successo di Henri Pelissier. Nei due anni successivi si impose Ottavio Bottecchia, il primo italiano a dominare il Tour, amatissimo in patria quanto bersaglio di risentimenti tra i colleghi: nel 1927 fu ucciso durante una corsa di allenamento.
Nel 1930, in seguito al cambiamento del regolamento che impose la formazione di squadre nazionali (scomparse poi negli anni '60), la Francia si ritrovò con una squadra nettamente superiore alle altre e infilò una serie di cinque successi consecutivi. Nel 1940 morì Henri Desgrange, il fondatore del Tour.
Nel 1938, prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale che avrebbe interrotto la corsa per sette anni, si impose Gino Bartali, ciclista coriaceo e combattivo, protagonista a cavallo degli anni '50 dell'elettrizzante sfida con Fausto Coppi, il "Campionissimo". Si disse che la vittoria di Bartali nel 1948 scatenò un tale entusiasmo in patria da salvare l'Italia dalla guerra civile, sfiorata per la tensione creata dall'attentato a Palmiro Togliatti. Nel 1952 Coppi chiuse il Tour con 28 minuti di vantaggio su Bartali, conquistando anche la vittoria sull'Alpe d'Huez, cima, per la prima volta in programma, entrata poi nella storia del ciclismo come "la cima degli italiani".
Tramontato l'astro di Coppi e di Bartali, la Francia si esaltò per le tre vittorie consecutive di Louison Bobet, fermato nel suo ciclo solo da un infortunio. Gli anni a cavallo del 1960 videro protagonisti Jacques Anquetil e Raymond Polidor, "Pou pou", l'eterno secondo. Dopo la vittoria dell'italiano Gastone Nencini nel 1960, Anquetil, formidabile in crono, indossò la maglia gialla a Parigi per quattro anni consecutivi. Polidor fu sempre un avversario all'altezza, ma non riuscì a vincere il Tour, collezionando ben cinque secondi posti senza mai nemmeno indossare la maglia da leader. Dopo Anquetil venne l'anno di Felice Gimondi. Nel 1967 il doping fece la sua prima vittima: l'inglese Tom Simpson, accasciatosi a terra durante la micidiale salita del Mont Ventoux, stroncato dal caldo e da un cocktail di anfetamine.
Due anni dopo fece il suo debutto sulle strade del Tour Eddy Merckx, e fu un debutto esplosivo, che contribuì a fargli meritare il soprannome di "Cannibale": giunse a Parigi con 17 minuti di vantaggio sul secondo, vestendo non solo la maglia gialla, ma anche quella per la classifica a punti e quella per il miglior scalatore (grazie anche a una fuga solitaria di 130 km sui Pirenei). Il dominio del belga nei cinque anni seguenti fu totale: vinse tutto quello che era possibile vincere e conquistò altri quattro Tour. L'unico avversario che riuscì a tenergli testa fu Luis Ocaña, particolarmente sfortunato nel 1971, quando cadde rovinosamente con otto minuti di vantaggio in classifica sul "Cannibale". Ocaña vinse il suo unico Tour nel 1973, approfittando dell'assenza di Merckx.
L'era del belga terminò per mano di Bernard Thavernet, vincitore nel 1975 e nel 1977. La rinascita del ciclismo francese trovò conferma poi grazie a Bernard Hinault, subito maglia gialla al suo debutto nel 1978; ciclista litigioso e poco dedito al compromesso, fu poco amato sia dal pubblico che dai colleghi, ma nonostante questo seppe imporsi per cinque volte al Tour. Suo degno avversario fu Laurent Fignon, capace di chiudere nel 1984 con 10 minuti di vantaggio sul grande campione. La fine degli anni '80 vide brillare la stella dell'americano Greg Lemond, protagonista nel 1986 di una memorabile sfida con il compagno di squadra Hinault, e nel 1989 di un successo finale ottenuto per soli otto secondi su Fignon. Le vittorie di Lemond, il primo non europeo a imporsi al Tour, cambiarono volto al ciclismo, allargando i suoi confini alle nazioni che non avevano una tradizione in questo sport.
Il 1991 segnò l'inizio del regno di Miguel Indurain, atleta dotato di un fisico fuori dalla norma e capace di annichilire gli avversari nelle gare a cronometro grazie a una potenza stupefacente. Lo spagnolo fu il primo a vincere cinque Tour consecutivi, impresa sfuggita anche a Merckx e ad Anquetil. Nel 1992 Indurain firmò una straordinaria tappa a cronometro, in cui inflisse tre minuti al secondo classificato: un risultato storico, senza precedenti. Nel 1995 chiuse l'era del suo dominio, conquistando un Tour funestato dalla tragica morte di Fabio Casartelli, avvenuta durante una discesa dai Pirenei.
L'usurpatore del trono di Indurain fu il danese Bjarne Riis: la sua strepitosa vittoria, frutto di attacchi continui in montagna, sorprese tutti; l'esplosione della forza del danese, già in piena maturità, suscitò sospetti, poi confermati, sull'uso di sostanze illecite. Lo scandalo scoppiò due anni dopo: una massiccia operazione antidoping durante la gara portò a galla il mondo sommerso della droga sportiva; vennero arrestati medici, responsabili delle squadre e corridori. La corsa proseguì tra le proteste dei ciclisti per i metodi poco ortodossi della polizia, tanto che la consacrazione del talento di Marco Pantani , maglia gialla a Parigi, passò quasi in secondo piano.
A cavallo del secolo l'americano Lance Armstrong, tornato alle corse dopo aver sconfitto il cancro, ha stupito il mondo prima eguagliando l'impresa riuscita al solo Indurain (cinque Tour consecutivi) e poi superando tutti con il sesto e il settimo Tour de France consecutivo. Dal 1999 al 2005 la Grande Boucle è infatti stata dominata dal texano che ha vinto l'ultima edizione dopo aver annunciato che al termine si sarebbe ritirato dalle corse.
©2002-2021 Museo del Ciclismo Associazione Culturale ONLUS - C.F.94259220484 - info@museociclismo.it - Tutti i diritti riservati

I dati inseriti in archivio sono il risultato di una ricerca bibliografica e storiografica di Paolo Mannini (curatore dell'Archivio). Le fonti utilizzate sono svariate (giornali, libri, enciclopedie, siti internet, archivi digitali e frequentazioni sui vari Forum inerenti il ciclismo). Chiunque desideri contribuire alla raccolta dei dati, aggiunta di materiale da pubblicare o alla correzione di errori può farlo mettendosi in contatto con Paolo Mannini o con la Redazione.