16 marzo 1980 - Milano-Sanremo
71a Edizione: 17 marzo 1980
Con 228 partenti s'avviarono gli anni '80 della Sanremo. Favorito principe, Roger De Vlaeminck, nonostante i suoi 32 anni e mezzo, perché capace in tutte e tre le sue vittorie nella Classicissima, come del resto sovente in altre importanti corse, di saper scegliere il tempo giusto. Soprattutto in considerazione di quanto la Sanremo, aldilà della lunghezza, si stesse progressivamente trasformando in prova cerebrale. Ovviamente, l'osservatorio italiano viveva la speranza che il duo Moser-Saronni, sui quali gravitavano attenzioni pressoché totali, rompesse il ghiaccio con quella gara, che si era fin lì dimostrata stregata. A Certosa di Pavia, su iniziativa del vicentino Tullio Bertacco si portarono al comando con lui anche Angelo Tosoni ed il belga Etienne De Beule. I tre accumularono ben presto un grande vantaggio, ed a pochi chilometri da Capo Berta, quando il vantaggio era ancora sui 5 minuti, Bertacco e Tosoni, probabilmente in preda ad un attacco di fatica, si toccarono e caddero. Per Tosoni la caduta tolse ogni possibile velleità, mentre Bertacco, riuscì a riprendersi e a raggiungere De Beule, nel frattempo rimasto solo al comando. In cima al Berta, i due battistrada scollinarono con 3 minuti sul gruppo. Pochi chilometri dopo però, quel tentativo che aveva resistito per 250 chilometri circa, finì. Ad Arma di Taggia, una strettoia provocò una gigantesca caduta che coinvolse una cinquantina di corridori (tra i quali Battaglin, Knudsen e Knetemann), tanti dei quali furono costretti a fermarsi. Prima del Poggio e sulla stessa erta, il vincitore del Giro d'Italia 1977, il belga Michael Pollentier, con la sua screziata pedalata (una delle più brutte della storia), cercò di opporsi alla probabile volatona, della prima parte del gruppo, ovvero quella che era rimasta al comando, dopo la strozzatura della caduta di Arma di Taggia. Guadagnò un centinaio di metri, ma all'ingresso di Sanremo fu riassorbito. La volata decisiva, fluida e corretta più del solito, vide Raas partire a tutta sulla destra, mentre Moser, al centro, prima di portare l'affondo, fu anticipato dal guizzo di Pierino Gavazzi che gli era a ruota (come gli aveva suggerito il suo direttore sportivo Franco Cribiori prima della corsa). Il trentenne corridore bresciano, davanti a tutti negli ultimi trenta metri, seppe poi contenere con un perfetto colpo di reni il ritorno di Saronni, alla sua sinistra. Aveva vinto un italiano, mettendo le pive nel sacco, a chi, in Italia, non riusciva a vedere più in là di Moser e Saronni. Ed infatti, i due, con la solita polemica post gara e le altrettanto solite frasi al veleno, diedero ulteriore spago, a quel teatrino sconsolante che ha caratterizzato per dieci anni il ciclismo della penisola.
Con 228 partenti s'avviarono gli anni '80 della Sanremo. Favorito principe, Roger De Vlaeminck, nonostante i suoi 32 anni e mezzo, perché capace in tutte e tre le sue vittorie nella Classicissima, come del resto sovente in altre importanti corse, di saper scegliere il tempo giusto. Soprattutto in considerazione di quanto la Sanremo, aldilà della lunghezza, si stesse progressivamente trasformando in prova cerebrale. Ovviamente, l'osservatorio italiano viveva la speranza che il duo Moser-Saronni, sui quali gravitavano attenzioni pressoché totali, rompesse il ghiaccio con quella gara, che si era fin lì dimostrata stregata. A Certosa di Pavia, su iniziativa del vicentino Tullio Bertacco si portarono al comando con lui anche Angelo Tosoni ed il belga Etienne De Beule. I tre accumularono ben presto un grande vantaggio, ed a pochi chilometri da Capo Berta, quando il vantaggio era ancora sui 5 minuti, Bertacco e Tosoni, probabilmente in preda ad un attacco di fatica, si toccarono e caddero. Per Tosoni la caduta tolse ogni possibile velleità, mentre Bertacco, riuscì a riprendersi e a raggiungere De Beule, nel frattempo rimasto solo al comando. In cima al Berta, i due battistrada scollinarono con 3 minuti sul gruppo. Pochi chilometri dopo però, quel tentativo che aveva resistito per 250 chilometri circa, finì. Ad Arma di Taggia, una strettoia provocò una gigantesca caduta che coinvolse una cinquantina di corridori (tra i quali Battaglin, Knudsen e Knetemann), tanti dei quali furono costretti a fermarsi. Prima del Poggio e sulla stessa erta, il vincitore del Giro d'Italia 1977, il belga Michael Pollentier, con la sua screziata pedalata (una delle più brutte della storia), cercò di opporsi alla probabile volatona, della prima parte del gruppo, ovvero quella che era rimasta al comando, dopo la strozzatura della caduta di Arma di Taggia. Guadagnò un centinaio di metri, ma all'ingresso di Sanremo fu riassorbito. La volata decisiva, fluida e corretta più del solito, vide Raas partire a tutta sulla destra, mentre Moser, al centro, prima di portare l'affondo, fu anticipato dal guizzo di Pierino Gavazzi che gli era a ruota (come gli aveva suggerito il suo direttore sportivo Franco Cribiori prima della corsa). Il trentenne corridore bresciano, davanti a tutti negli ultimi trenta metri, seppe poi contenere con un perfetto colpo di reni il ritorno di Saronni, alla sua sinistra. Aveva vinto un italiano, mettendo le pive nel sacco, a chi, in Italia, non riusciva a vedere più in là di Moser e Saronni. Ed infatti, i due, con la solita polemica post gara e le altrettanto solite frasi al veleno, diedero ulteriore spago, a quel teatrino sconsolante che ha caratterizzato per dieci anni il ciclismo della penisola.
Articolo inviato da: Maurizio Ricci (Morris)
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